manifesto [confusionaria]

io non sono
nessuno di noi è
il ricordo di ciò che si era
un anno fa
un mese prima
il minuto che è appena passato
io benedico l’evoluzione della natura
mia e di ogni cosa
il cambiamento che si appoggia
in tenda alla sera di fronte alle stelle
molta montagna e poca legna
dorme presto perché il cammino
che nascerà nuovo
nell’alba umida
è lunghissimo e tutto meraviglia
dorme dolce

perché i riflessi a volte sono amari
a mare e in altri posti
gli specchi
si prendono
gioco di noi ma
l’importante quando si rompono
è di custodirne almeno due triangoli
per fare un cuore
sbilenco
ma pur sempre un cuore
difettoso però
un cuore
ricordarsi per esempio
che i materiali fragili
spesso sono interessanti

fumare mi mette in contatto con la parte più intima di me
è per quesssto che ne faccio tanto un amore
perché è nella capacità di ripetere un gesto
di perdere e cercare un accendino
una parola o un paio di occhi
che c’è tutta la goffaggine e insieme il fascino
dell’essere umana
tu quante volte lo sai fare?
gremare sognare
gremare gremare

mentre tu stai ancora ragionando
se mi hai portata a letto tu
o ti ci ho portato io
(e non riesci a visualizzare
che forse lo volevamo soli entrambi)
e i tuoi camerati fedeli affezionati
stanno già prendendo appunti
su quanto sono inadeguata
a dire di queste cose
io penso che non so complicare le cose più di così:
uso la mia timidezza a scatti con scarti
come chi gioca a scacchi
è bravo solo se sceglie in silenzio
qual è la pedina pronta e coraggiosa per quel momento
ma soprattutto
è bravo se dissimula
la sensazione sorridente
di aver fatto la mossa giusta
e al nemico non dice proprio niente.
E con i fari accesi io comunque
mi riparo e mi dispiaccio che ho degli schermi insoletni
scudi senza difetti, specchi precisi
e soprattutto quadri di controllo
planetario desiderio di emozione
i miei prolungamenti, le mie gambe nude
crude
ispide a volte
forse mancano lisce al tale
ma loro si inturgidiscono
e si tendono ancora peggio di prima:
sfinimento in attesa del crollo.

quando sono nata io
hanno litigato per il mio nome
perché ognuno pensava di avere ragione lui.
Ma lo ha scelto mia madre
perché aveva diritto lei
perché mi aveva fatto lei
e perché aveva già capito
che appartenevo al pianeta
Terra com’ero nata sporca di sangue e liquido amniotico
ero nata con le radici fortunate
senza semi come tutte le donne
piena di linfa come tutte le mamme future
sterile di desideri mammiferi
forse lei aveva già capito
che come un animale di terra
sognavo di essere autosufficiente come la felce
come l’ulivo e come il papavero
e farmi lo zucchero da sola
e respirare al contrario di notte
come le piante di cui forse già sapeva
avrei invidiato l’indipendenza
e l’eleganza imitandole ad oltranza.
Penso quando è nata una altrove
avranno litigato uguale e
senza un motivo per farlo come per me
avrà sua madre allo stesso modo
sognato per lei e scritto
le cose inedite che le sconvolgevano il ventre
mentre quel fiore le cresceva dentro
su un quadernetto profumato al gelsomino indiano
che le ha regalato suo marito
lontano
mi chiedo cosa emanava quel quadernetto
di quell’altra mamma
forse intrecciava anche
perché era già triste
sapeva già?
che non ci sarebbero state braccia più calde
delle sue
mani più delicate nel sostenere
quell’angiosperma sfortunata
che si poteva litigare ancora molto
ma per il pianeta dei predatori
era nata sbagliata.
vorrei che quel fiore fosse nato una medusa
per nuotare sicura fino a dove vuole
oppure fosse nata palloncino ad
elio così volava e non poteva affogare mai
però più resistente della plastica
così da non poter scoppiare e inquinare
da piccola non avevo paura del mare
ma ora si continua
a sporcare di sangue
e non so se riesco ancora a nuotare.


album della guarigione di oggi
[solo per persone che sanno piangere.]
Soko extra-ordinary
con parole semplicissime, una voce giovane ma già graffiata e scavata, musicalità emozionali e punk e il tatto di un angelo
racconta amore, passione,diffidenza, indifferenza, ossessione, dolore, catarsi, guarigione, rinascita. meraviglia. grazie ragazzaaa!

VOGLIO UN INDIRIZZO

voglio un indirizzo
una via, un civico
un portone davanti al quale passare.
voglio un numero di telefono
da ricordare a memoria
anche solo per metà, solo l’inizio
(senza ossessione, solo con passione)
voglio un nome da ripetere
per strada da sola
e un paio di occhi
da tenere nella sporta con i libri di poesie
la lattuga e gli yogurt di soya
(sì in bici, ma anche a piedi)
(ma che contraddizione! yogurt di soya!)
voglio un gradino o una scala o un angolo
dove avere lo spazio per sperare
senza sapere
che lui passerà e incrocerà
me
che aspetto il suo venire.
voglio una fissazione che sia una liberazione
voglio un amore che sia un amore
come deve essere
come è nei libri liberi
nei film, nelle foto, negli album liberi
e fra le persone libere
quelle che si sanno librare,
quelle che rifiutano le regole
delle chiamate dei messaggi e delle connessioni telematiche
e dei conteggi dei giorni e dei minuti che servono
solo a strozzare i sentimenti concreti
per farli sentire frivoli e scemi
appendendoli al non arrivare mai
tutto un gioco brutto e per finta e dove
non ci si diverte.
voglio una cosa
piccola ma buona
come andare in macchina al mare
o da qualsiasi altra parte
a prendere un gelato alla nocciola e al pistacchio
o dal dentista
o dalla nonna
o in libreria
o a comprare un vestito per me, o per la mamma
con tuo padre.
voglio una cosa
piccola ma buona
sentire il desiderio di un uomo
di portarmi il caffè dopo avermi svegliata
all’alba
e aver scoperto che non mi ero addormentata mai
ed essersi perso a causa della mia guida
troppo veloce
e tortuosa.
voglio una cosa piccola ma buona
come un complimento
per il mio senso dell’orientamento
o la mia disciplina
che mi commuove in una piscina di sorriso.
voglio le chiavi giuste per questo cancello
di casa antica con alberi e siepi ed ombra
dove dicono che ci sono
io con un uomo
che finalmente facciamo l’amore all’amore.
ho contato le sbarre di ferro
da un lato e dall’altro
(sorpresa: sembravano, ma non erano uguali)
l’ho rifatto
l’ho rifatto
l’ho rifatto ancora
e l’ho rifatto ancora un’altra volta
ma niente: non è arrivato nessuno.
Il portiniere mortificato
avendomi vista e compatita a lungo
mi è venuto incontro lui e mi ha detto
piccina non temere
domani qualcuno verrà
(me lo dice tutte le sere)
e quando verrà sarà il sole che tramonta
e la luna rossa che s’alza schiarendo
sarà musica lontana come piace a te
sarà la carezza sui tuoi triangoli immaturi
sarà pioggia estiva che precede l’afa
(il suo amore saffico di sempre)
pensavo che noia la monotonia
degli altri ma anche la mia.
Non so se posso aspettare per sempre. Ho paura di morire di noia.
Mio padre mi dice che ho la morte facile
che tonto anche lui che non vede
che io ho il buio, il no facile
perché non riesco a spegnere le lampadine
della presenza a me stessa.
Ma questo perché nessun altro viene e resta presente
ad attendere e contare con me
che ci diano il lucchetto per chiuderci insieme
qui.

sono grande papà!

Una donna, da quando è bambina
a quando muore oppure impazzisce, ha sempre un padre,
anche quando lui stesso sarà morto.
Perché ci sarà sempre qualcuno
che sa meglio di lei cos’è meglio per lei.
Che le aggiusterà la cerniera dell’abito
sul petto inorridito della sua nonchalance. Che le dirà
“no, a casa ti accompagno io,
che è tardi, e sei da sola”. All’infinito qualcuno ci
prenderà per mano, ci raccoglierà da
terra, ci coprirà il culo?
Non importa
se a farlo sarà il più caro o la più cara degli amici
tuo fratello, il tuo amante.
Ieri, quattro giovani donne del sud prendevano
il caffè ad un tavolino del nord
(un po’ per caso, un po’per voglia).
Fumavano sigarette autoconfezionate e
geometriche e condividevano antidoti
al caldo, alla noia, alla dipendenza dalla caffeina.
Volontariamente non hanno soluzioni
sugli uomini. Sono stanche della monotonia delle loro voci
che alle ragazze parlano ormai solo
consigli e accorgimenti e raccomandazioni.
Si alzano in ordine
camminano indietro verso il loro posto del giardino,
del silenzio e delle parole.

wow

Chiamo tutti gli uomini che incontro
Fratello
amico, compagno
Nella vana pazzissima speranza
Di sentirmi rispondere: sorella!
Ma in me
Nel mio primo manifestarmi
Vedono solo la malizia che mi è stata insegnata
ammiccante animale affamato
che fa le fusa sempre sembra
contenuto e guardingo, silenzioso
assorto e attento insieme
Ma all’erta
Con le orecchie morbide ma tese
Per calcolare le traiettorie sicure
Per i miei occhi. Vedono
La bambola dolce
Che si sforza di sorridere
Incastrata dalla ceramica
Della propria pelle.
Vedono l’angelo in potenza
Che guida nella tempesta in atto
dimenticano forse una volta per tutte
Che ho gli arti sporchi terrosi
Perché cammino scalza
Ma soprattutto cammino per terra
Come l’animale che sono.
Vedono la pozione magica
il paiolo bollente e il calore silvano
e le geometrie le linee i nei stellari
Vedono il fare il camminare
Il fumo dalla bocca
L’assurdo dei pensieri nelle pupille
I gesti paradosso le uscite contraddittorie
Ironiche plateali inutili.
Questa bellezza è inutile
Questi complimenti sono inutili
Questi componimenti sono inutili
Lieve ed inutile
Lieve ed inutile.
Il risultato del riflesso
Che vedo negli occhi dei cacciatori
È di una
Cosa
Bella
Inutilmente.
Nessuno di loro sa che farsene.
ma il più sincero
Dei miei dilemmi:
Neanche io so che farmene.

quando dico che mi sento tua amica

Quando dico che mi sento tua amica sono sincera
Perché mi preoccupo per te.
Vedo i tuoi sbalzi d’umore
La tua incapacità di agire col cuore
E di viverti i momenti
Le cose semplici
I bicchieri di vino
L’incontro degli occhi
Tu vivi tutto in attesa aspettandoti già qualcosa.
Vedo i tuoi occhi inquieti cercarmi
Cercare qualcosa nella mia fronte
O nel mio corpo o nelle mie mani
Chissà se ce l’ho o te lo immagini soltanto
Ti figuri un sale così dolce.
Mi preoccupo per te
E per la tua tristezza
E le tue ali rotte e mi chiedo
Possono guarire? Io devo orbitare
Od allontanarmi da questo ricovero?
Sono dannosa?
Se sì, perché?
Quale rappresentazione ti fai della donna che sono
Di quella che sembro
Di quella che taccio
Di quella che ansimo?
Quando dico che mi sento tua amica
È perché mi ostino a parlarti
Staccando le frasi rendendole monche
Cambiando i ruoli
Anche se ho promesso che mai più l’avrei fatto

Forse ho capito che eri ammalato
Ammaliato intanto da qualcuna
Ti sforzi di distrarre
Il pensiero di me in quel modo
Così aderente
E di fissare
Quello di me amica, distaccata
Ma hai già fallito
Se ti stai sforzando

Quando dico che mi sento tua amica
È perché sei contraddittorio
Nato contrasto
Prima del viaggio parli che sono il tuo faro
Ma al ritorno ad Itaca
Spegni la candela
Cercando invano il pulsante dei pensieri
Martello. Io sono più paziente di Penelope stessa
E non scompongo niente per ricomporre
E vedendo questo
Non posso che averne tenerezza.

firmami
sei bansky e zorro sussurro
l’andata il ritorno l’attesa del treno
non pesano niente
ora che sei venuto qui
sul mio addome tremante
e tu neanche pesi niente
rannicchiati qui, schiacciati così
sulla mia inabilità all’abbraccio
sentirai il mio corpo rispondere
sforzarsi di calore.
Sospiro lunghissimo
leggera leggere in poltrona alla mattina
nutrire il tuo sonno
col mio silenzio
con il fumo del fuoco di queste pagine in fiamme.
Mi chiedo
in questi minuti che nel ricordo sono ore
stupende e dilatate
in che forma mi pensi quando sei lontano
di che colore sono le cose che vedi
quando hai me negli occhi.